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La spocchia. Ovvero della politica e il suo rovescio.

Poche righe, a caldo, per esprimere qualche impressione sulla giornata odierna (di ieri ormai), in cui sono stati occupati gli spazi dell’ex Oviesse a Teramo da artisti che reclamavano uno spazio. Sarà l’aria dell’occupazione o uno spirito di curiosità verso ciò che sembra muoversi, ma un giro ce lo siamo fatti anche noi, non senza una miriade di dubbi che ci portavamo dietro quasi come un pregiudizio.

Con qualche difficoltà, visto che gli sbirri hanno tentato di bloccare l’ingresso, riusciamo ad entrare e … bel locale, grande, accogliente, pronto per tutto. Ma gli spazi si sa, vivono dei contenuti e dei soggetti di cui sono riempiti, ed il “nuovo teatro di Teramo” non fa eccezione. E non parliamo della tracotanza e della protervia di miserabili personaggi in vena di fama. Non ne parliamo perché saremmo banali e faremmo un torto anche alle belle persone che abbiamo incontrato, anche in quel contesto. Parliamo del progetto che c’è, se c’è, dietro al “nuovo teatro Teramo”. Alle cose dette, alle cose non dette, alle cose comprese, alle cose malcelate, alle cose politiche. E quello spazio era riempito di queste cose o, anche, svuotato da queste cose.

L’arte che vuole il mecenate, il protettore, la riconoscenza istituzionale. La rivendicazione di una sorta di superiorità – pronunciata al microfono dal borioso organizzatore – degli artisti nei confronti, ad esempio, degli operai ( rivendicazione fatta proprio contro un operaio stesso che lamentava i suoi problemi), ma poteva essere tranquillamente nei confronti di chiunque altro. E poi ancora: rivalse personali, intrighi politici più o meno dichiarati, separazione del proprio ruolo di “illuminati” dal resto della popolazione, di cui però si sfrutta un eventuale e, perché no, facile consenso. Queste per noi sono cose. Oggetti. Inanimati.  E ciò, non ci appartiene. Vuoi perché ciò che è senza anima, non può avere mai una vita, né tantomeno una dignità; vuoi perché la spocchia della superiorità di classe (che, in qualche modo, dal microfono di quell’occupazione è stata rivendicata e ribadita) noi la combattiamo.pedissequo

Ecco, questo modo di fare, non solo non ci appartiene, ma ci somiglia molto al modo di fare dei padroni, dell’autorità, del potere. Ed in qualche caso pratico, all’interno degli ex magazzini dell’Oviesse ce n’é stata data la riprova. Così come c’è stata data riprova di ciò, dalle lunghe chiacchierate che lo spocchioso occupante faceva con le istituzioni varie.

Ma questo modo di fare ci somiglia molto anche alla protervia, all’arroganza, alla superiorità. Somiglia a qualcuno che decide per tutti, così come somiglia al bambino che strilla, che vuole essere messo al centro dell’attenzione. Somiglia al sotterfugio, all’inganno, al ricatto. Somiglia al palcoscenico, al parlamento, allo spettacolo, alla televisione. Somiglia ai confini. Somiglia troppo, terribilmente, alla società che ci fa ribrezzo. E, alla fin fine, somiglia proprio alla politica, di cui gli occupanti, lamentavano la mancata presenza fuori dal loro proscenio.

Buona notte ai suonatori.

 

Posted in critica radicale.

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