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Maledetto sia il lavoro!

riceviamo e pubblichiamo:tripalium-677x516

Torme di schiavi adusti
chini a gemer sul remo
spezziam queste catene
o chini a remar morremo!

(dalla poesia ‘Schiavi’, Belgrado Pedrini, 1967)

Che cosa chiamiamo lavoro? Possiamo dare diverse definizioni e diversi significati della parola lavoro. Tante accezioni di senso e significato per una sola parola: il lavoro. L’unica definizione generale che comprende tutte le accezioni di significato della parola lavoro sembrerebbe questa: il lavoro è un’attività umana.

Questa definizione è vera, ma è il minimo; come dire che l’acqua è un liquido e tutte le acque sono liquide. Non può bastare. Così facendo rimaniamo sul minimo significato, quello valido per tutti i casi. E così facendo e ripetendo spianiamo il campo ad almeno due dispositivi, o trappole, ideologiche: una è quella per cui di notte i fiori sono tutti grigi; l’altra è la confusione della parte per il tutto.

La prima confusione è considerare, senza distinzione, come lavoro una grande varietà di attività umane. Il minatore, l’agricoltore, il netturbino, l’operaio internato a turni, l’infermiere e il medico internati a turni, il muratore, l’insegnante, l’impiegato, il venditore, l’idraulico e l’imbianchino e tanti e tanti altri ancora; fino all’impiegato, al commesso, all’ingegnere, l’architetto, il poliziotto e il militare, il politico e l’imprenditore, il padroncino e il padroncione e … perché no? Il ladro, il trafficante, il sicario, il guappo e quant’altro.

Beh, adesso ti sei allargato troppo, qualcuno potrebbe dirmi. Perché un riscontro pratico della morale condivisa, e fatta condividere, sta nel codice penale. Perché il codice ci serve, e ci viene servito, proprio per stabilire un limite netto alla confusione per cui tutti i fiori di notte sono grigi. E il ladro, il trafficante, il sicario e il guappo non sono lavori: sono attività criminali. Dire che queste attività sono comunque un lavoro e che producono, ovvero “fanno girare” anche essi l’economia è dire sì il vero, ma è un dire moralmente inopportuno e forse anche penalmente rilevante, chissà.

Questo ragionamento non lo faccio per far rientrare a pieno titolo morale nella patria del “lavoro” ciò che la dogana penale tiene fuori. Il problema che ripropongo, perché non sono certo il solo e il primo, è quello di ridurre all’osso, di spolpare la grassa e opulenta patria morale del lavoro, non allargarla.

Se ci proviamo a definire meglio le attività lavorative e se cerchiamo delle definizioni più particolari, dobbiamo riconoscere il grado di fatica e il logoramento fisico e mentale; il tempo della giornata e il tempo della vita dedicato o sacrificato al lavoro e non ad altro che si vorrebbe fare ed essere; i danni, i rischi e le malattie derivanti dal lavoro. Qualcuno potrà argomentare meglio i possibili criteri di analisi del fenomeno umano chiamato “lavoro”. E quando applichiamo questi criteri a ogni tipo di lavoro, poi saremo sicuri di poter dire che ogni lavoro è comunque un lavoro? Io credo proprio di no; fare il muratore è tutta un’altra cosa rispetto a fare l’agente immobiliare.

Non faccio questo distinguo per una questione di soldi, di quanto dovrebbe guadagnare di più l’uno e di meno l’altro. Se facessi questo farei il sindacalista, che è altro esempio di lavoro, e resterei all’interno della patria morale del lavoro. Invece, come detto, vorrei ridurre all’osso la patria morale del lavoro.

Per spiegarmi devo ricorrere al metodo classico di andare a riesumare la radice del significato della parola. Dunque secoli indietro i romani indicavano con il termine labor, oltre e prima che ‘impresa’ e ‘opera’ soprattutto sensazioni  come ‘sforzo, strapazzo, pena, disagio, angustia e travaglio. Eh già, il travaglio! E infatti ritroviamo quest’altra classica parola proprio per indicare, ancora oggi, il lavoro in francese e in spagnolo. E quale è la radice di significato della parola travaglio? Essa è tripalium, uno strumento di tortura a tre pali. Non riesco a immaginare come fosse fatto e come funzionasse quell’infame strumento di lavoro perché rifuggo la tortura per me e per gli altri. Ma la domanda che  mi faccio è nata prima la tortura e la pena oppure il lavoro? Vorrei darmi una risposta. D’altro canto sembrerebbe che ad altri popoli sia andata meglio, se si va a vedere l’origine della parola inglese “work”.

E poi, da queste infami radici di “pena e fatica” quali gloriosi alberi, boschi e foreste si sono ramificati nei secoli fino ad oggi? Tutto. Il lavoro ha creato tutto il presente mondo, il costrutto umano. E altresì il lavoro ha distrutto tutto quello che doveva essere distrutto per fare spazio a questo mondo presente.

Uno degli esempi più tragicomici e folcloristici ce lo fornisce la costituzione della repubblica italiana:  “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. Possiamo tradurre: “L’Italia è una cosa pubblica fondata sulla fatica e sulla pena”. Maliziosamente posso dire anche: “E’ un mucchio di cose a disposizione di pochi cavate dalla pena e dalla fatica di molti”. Ma sono cose ‘pubbliche’, cioè non c’è una grande discriminazione tra chi può entrare nel gruppo dei pochi che dispongono del frutto dei molti; prima al tempo dei re e dei sultani i pochi rimanevano tali per generazioni. Poi con la rivoluzione, tagliata la testa al re, finalmente si è  avuta la grande emancipazione per cui anche l’ultimo figlio dell’ultimo schiavo può entrare a far parte del ristretto novero dei pochi stronzi. Questo fatto politico e sociale si materializza, ad esempio,  in una mercanzia ideologica nel moderno spaccio democratico: il classico “Sogno Americano”. Un articolo che ha avuto tanta fortuna, ben oltre i mercati democratici, anche nei mercati russi e cinesi, per dire quanto è azzeccato questo dispositivo di elevazione sociale … selettiva.

Quindi tutte le attività umane che comportano fatiche e pene non volute, che sono subite oltre il tempo, il modo e la misura che noi stessi individualmente saremmo disposti ad accettare, sono sicuramente un lavoro. Se applichiamo questo criterio di chiarezza nell’oscurità sotto la quale tutte le attività economiche sono lavoro, allora possiamo dare una grossa spolpata alla patria morale e ideologica del lavoro.

Poi c’è l’inghippo della parte per il tutto. Attraverso la giustificazione, la legittimazione, la glorificazione del lavoro umano, ricordiamo quell’attività coatta, che è una parte delle possibili attività umane e dell’esistenza umana, viene giustificato e legittimato in automatico tutto il costrutto umano: tutta la società e il suo sistema gerarchico, tutta l’economia e il suo sistema di sfruttamento di esseri viventi e il suo portato di nocività, alterazione ecologica e devastazione ambientale. Se alla base di un problema c’è il posto di lavoro o, fra le altre importanze, anche il posto di lavoro allora il problema non è più un problema come ci viene insegnato a Taranto e a Gela dai tarantini e dai gelesi, tanto per citare due fulgidi esempi della gloria del lavoro. Ma siamo in gran parte tutti tarantini e gelesi.

E così finalmente ci avviciniamo al nocciolo della questione. Anzi all’osso spolpato. L’osso spolpato del lavoro è dunque la necessità del lavoro. Per molti, la gran parte, è necessario lavorare. E necessario svolgere un’attività oltre il modo, la misura, il senso che saremmo disposti ad accettare.

Non siamo in grado, non abbiamo facoltà di scegliere quale attività svolgere, per quale fine, in quanto tempo e in quali modi. Non abbiamo possesso effettivo di questa facoltà di scelta. Siamo spossessati. Tale condizione di spossessamento è la base di tutto il costrutto umano come sopra definito. E, di nuovo, la domanda: è nata prima la sopraffazione, la tortura oppure il lavoro? In che rapporto sono stati e sono tutt’oggi la sopraffazione e la tortura con il lavoro?

Tuttavia le cose non stanno precisamente così nei riguardi della necessità. La necessità non è un’invenzione degli uomini. Lo stato di necessità è lo stato naturale in cui si trovano tutti gli esseri viventi. Gli uomini hanno inventato e costruito tutto per superare lo stato di necessità naturale, la fatica, la sofferenza. Si, questo è vero, ma solo in parte. Questa verità non vale per il tutto.

Non vale a giustificare il tutto perché altrimenti dovremmo dimenticarci, far finta di non vedere che tutta la baracca odierna del costrutto umano si regge e prospera sull’arte di ricreare all’infinito la condizione di necessità. Una necessità non più naturale, verrebbe da pensare, viste le “grandi” scoperte scientifiche, le “grandi” realizzazioni, i “grandi” successi. Di fronte alla gloria del costrutto umano e ai suoi risultati più fulgidi direi che, mano a mano che si è superata la necessità naturale, a poco a poco si è instaurata la necessità sociale del lavoro. Questo è il progresso: secoli di affinamento dell’arte di spossessare e, quindi, sfruttare il prossimo, il lontano, il mondo e, se possibile, l’extra-mondo.
Parlare di spossessamento, parlare di scelta, parlare della propria vita vuol dire parlare di libertà. Ecco la libertà concreta, non un fantasma ideologico, non un’enunciazione morale, non una promessa religiosa. La libertà non è un fantasma, è la nostra singola, unica, effimera VITA. Che altro possiamo essere, ciascuno di noi, se non la nostra libertà?

Tutte queste considerazioni critiche non sono delle novità. Sono state pensate, scritte dette e ridette negli anni, nei decenni passati o da chissà quando. Tuttavia ogni anno si celebra quella che è diventata la festa del lavoro: in fin dei conti è più la festa dei padroni del lavoro, dei monopolisti del lavoro o la festa dei lavoratori?

Quindi se il primo maggio torna ogni anno, sarà bene ogni anno criticare il lavoro. E anche i lavoratori.

Quando lavoriamo nostro malgrado, quando siamo costretti a lavorare, siamo comunque responsabili; non solo del lavoro che svolgiamo in conto terzi, ma anche responsabili del prodotto, delle sue premesse tecniche, ambientali e sociali a monte del prodotto o del servizio; delle conseguenze tecniche, ambientali e sociali a valle del prodotto o del servizio.

Se questo è vero, e per me è vero, allora qualcuno può pensare di chiedere il conto anche ai lavoratori. Sinceramente non lo so quanto e in che modi si possa chiedere il conto ai lavoratori per la loro corresponsabilità nel costrutto umano. Fino a che punto un lavoratore è giustificato dallo stato di necessità sociale indotto e mantenuto dalla classe padronale? Non lo so.
Il problema, la responsabilità più grande, la vedo nel fatto che continuando a rinunciare a sé stessi e lavorando per i padroni, il capitale, il sistema, la megamacchina ormai conclamata si continua allo stesso tempo a ricreare le stesse condizioni di base dello spossessamento della vita di molti da parte della vita dei pochi. Il cane si morde la coda girando continuamente e rabbiosamente su sé stesso e il criceto continua a correre forsennato sulla ruota.

Il sigillo di tutto è la morale del sacrificio: secondo il lavoratore se non ti sacrifichi anche tu, come lui, (per il padrone) sei uno stronzo al pari del padrone. E questo è un bel corto-curcuito. La voce del lavoratore: “Io ho lavorato e sono onesto, non ho rubato niente e non importa cosa abbia prodotto, come lo abbia fatto e cosa ha comportato la produzione!”. Quale miglior cane da guardia per il padrone se non il suo lavoratore?

Fin qui la critica e i suoi tentativi. Il problema della critica è quando diventa contemplativa di sé per il fatto che non trova sbocchi risolutivi in cui sciogliersi e passare; così alla fine ritorna  su di sé. Quindi potremmo continuare in perpetuo rituale con la festa del lavoro e la sua critica. Finora, di fronte alla critica sindacale ha vinto sempre il lavoro. Il sindacalismo, nell’ipotesi migliore, si occupa dello sfruttamento e non della sua premessa: lo spossessamento. Il sindacalismo può vivere solo dentro il mondo “servo-padrone”, non può superarlo, altrimenti non esisterebbe più.

La voce del padrone: “Criticate, criticate pure quanto volete. Siete spossessati, non sapete cosa volere, cosa realizzare. Sapete forse cosa vi serve, di cosa avete bisogno ma non sapete come e con cosa realizzarlo. E poi, pur sapendolo, non sarete mai in grado di mettervi d’accordo su come fare. E i desideri? Oltre che risolvere i vostri bisogni (nei quali vi costringiamo) noi possiamo anche darvi, anzi vendervi, i desideri, i sogni, un senso alla vostra esistenza. Si, proprio quei desideri, sentimenti e quei sogni che non sapete trovare e suscitare in voi, vuoti manichini!”
Dunque aldilà della critica? Può esiste la vita al di fuori e senza il lavoro?

A rigor di scienza (si proprio quella stessa scienza che sta anche alla base tecnica dell’economia e del lavoro), quindi di logica, in base alle evidenze archeologiche, paleo-antropologiche (gli uomini tanto tempo fa) e antropologiche (gli uomini di oggi e di qualche tempo fa) pare proprio che il lavoro sia un fenomeno venuto dopo, molto dopo la comparsa degli uomini coscienti.

Non vi fidate della scienza? Avrete allora forse fede nelle sacre scritture: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Vedete, il fatto che il lavoro sia una maledizione l’hanno scritto due-tremila anni fa; non ci si scandalizzi se oggi ci si chiede perché festeggiare e venerare una maledizione e i suoi maledetti fautori e complici?

Allora si può affermare che non può esistere vita umana aldilà del lavoro? No.

Si può affermare che aldilà del lavoro, inteso, lo ripeto, come attività coatta e alienata da sé, la vita sia così difficile e penosa che è meglio la pena del lavoro? Non lo so; potrebbe anche non essere. E questa possibilità è la finestra aperta su tutto un altro mondo possibile, anche tecnicamente e naturalmente possibile. Un mondo che non conosciamo e che possiamo scoprire. Scoprire, non presumere di conoscerli prima. Conoscerlo prima non lo può fare nessuno; si può solo immaginare come propria utopia e cercare di mostrare agli altri il proprio innamoramento per un utopia. L’amore in una utopia è un amore condivisibile, non è un matrimonio esclusivo incentrato e vincolato su una qualche condizione sessuale. E l’amore può far brutti scherzi; ma è la vita, il senso della nostra vita, non solo della vita di coloro per cui vogliamo o accettiamo di lavorare. Spacciarsi, invece, per conoscitori e venditori di “mondi altri” è un lavoro da religiosi e da politici; un lavoro da imbroglioni se ci si rende conto dell’inganno, ma succede che ci si può anche auto-ingannare con le migliori intenzioni.

Ci basta sapere da dove partire: lo spossessamento materiale e morale. Un lavoro, un’attività di concentrazione su di sé e sul mondo, vicino e lontano. Messo questo primo mattone magari si scoprirà il secondo.

Purtroppo il secondo mattone è una lapide e si chiama “proprietà privata”.

Spossessato, cioè privato di qualcosa con la forza e l’inganno.

 

Posted in critica radicale.


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